
Pratica base e le 8 direzioni
di Lewis de Quiros
“Prima di poter davvero affrontare un attacco senza resistenza e unirci ad esso, guidarlo e neutralizzarlo senza danneggiare l’altro, prima dobbiamo mettere in ordine noi stessi”.
La pratica di base non riguarda solo l’apprendimento della tecnica di base, ma lavorare sulla struttura fisica e sull’atteggiamento mentale. Questo lavoro non riguarda tanto aggiungere quanto tornare a una base insita nel design umano.
Guardando specificamente alla struttura umana: il corpo ha un bel design, è progettato per la funzione e la facilità di movimento nel campo gravitazionale. Il corpo è progettato essenzialmente come una struttura di tipo Tensegrità (vedi l’immagine nell’esempio qui sotto e la nota a fine articolo ***).

Cosa significa? Che i componenti fisici: ossa, articolazioni, tendini, fascia e gravità agiscono come un sistema di supporto ed espansione in cui tutte le parti lavorano insieme. Il corpo non è una struttura compressa come un edificio di mattoni con le parti saldate insieme attraverso la forza di compressione. È mobile, vivace, reattivo e resiliente.
Otto fondamentali direzioni di allineamento:
LE OTTO DIREZIONI
Una gerarchia di consapevolezza del sentimento
– Essere tridimensionale –
**Inizia a leggere dal basso **

In un corpo equilibrato tutte le otto direzioni sono “piene”. L’immagine della goccia è l’immagine di una struttura di tensione perfettamente bilanciata. L’attrazione della gravità attraverso la goccia si traduce nella sua espansione in tutte le direzioni.
Essere “centrati” significa che abbiamo una nostra “consapevolezza dell’essere corporeo” al centro di questa struttura equilibrata, oltre a permearla completamente. Tutte le forze che agiscono sul corpo e sulla mente sono integrate dinamicamente e sperimentiamo uno stato di riposo dinamico e un senso di prontezza calma, sia fisicamente che mentalmente. Siamo proprio lì dove dobbiamo essere.
Si noti inoltre che il peso della goccia è “sotto”. Anteriore e posteriore sono uguali come sinistra e destra.
C’è un senso di spaziosità in queste direzioni. Non c’è senso di costrizione o di blocco. Uno stato di silenzio dinamico pervade la nostra esperienza del momento.
L’ultima direzione riunisce le forze dell’inclusione e dell’espansione. Ma questo si può sperimentare solo quando abbiamo provato le altre sei direzioni e gli abbiamo permesso di realizzarsi. Si può dire che/ per così dire hanno “impostato” le ultime indicazioni.
Questo stato dinamico dell’essere equilibrati e integri, radicati e centrati è nostro diritto di nascita. È il modo in cui il nostro corpo e la nostra mente sono progettati per essere. Perciò la pratica di base è un ritorno e l’approfondimento di questo stato intrinseco. Quando parliamo di lavorare sulla struttura e “mettere in ordine” stiamo parlando di tornare in equilibrio in queste otto direzioni – e di impegnarci in attività a partire da questa base.
Tuttavia per la maggior parte di noi, da adulti è raro sperimentare il “vero equilibrio”. Come facciamo a perdere questo diritto di nascita?
La vita quotidiana (cattive abitudini, vita sedentaria, ecc.) e il “posizionamento” mentale negativo (sentimenti di isolamento, stress, paura, rabbia, depressione, ecc.) creano nella nostra esperienza uno stato fondamentale di divisione.
Tra noi stessi e la nostra esperienza corporea, tra noi stessi e il nostro ambiente e tra noi stessi e gli altri. Uno stato di separazione a più livelli. L’apparente inevitabile risultato della nostra identificazione di “chi siamo” rispetto a tutto il resto. Nella misura in cui viviamo la vita come una lotta, nell’esperienza in corso coinvolgiamo il nostro senso di sé in una posizione di resistenza. In cui, difronte a qualsiasi fonte di conflitto, la resistenza può assumere forma nell’ignorare, bloccarsi o combattere.
Nella pratica osserviamo la grazia e la facilità di movimento dell’insegnante, la sua mancanza di reattività, l’energia che scorre attraverso lui e facciamo del nostro meglio per copiare ed emulare. Per lungo tempo cerchiamo semplicemente di aggiungere ciò che comprendiamo, che vediamo, a ciò che stiamo già facendo.
Qual è il problema. Non si tratta tanto di imparare nuovi movimenti quanto di disimparare quelli con cui arriviamo al dojo. Dobbiamo diventare intimi con la nostra reattività, la nostra resistenza, la nostra rigidità e renderci conto che non funziona. Che non siamo “a nostro agio” con questa modalità di funzionamento.
Nella pratica di base la affrontiamo con calma, delicatamente per annullare questa reattività. Diventiamo il più consapevoli possibile di ciò che stiamo facendo. Guardiamo, sentiamo e indaghiamo. Cos’è l’armonizzazione (awase)? Cosa viene bilanciato? Cos’è il peso? Cos’è il movimento? Cosa succede nell’interazione? Cos’è la resistenza? La nostra pratica diventa un’indagine e una messa in discussione di tutto ciò che stiamo facendo. E questo interrogarsi inizia a influenzare tutto ciò che facciamo al di fuori delle sessioni di pratica nel Dojo.
Lentamente ci allontiamo dalla nostra strada. Ci siamo lasciati andare. Le cose iniziano ad accadere in modo diverso. Con maggiore facilità.
E con questa direzione le tecniche iniziano effettivamente ad avere senso. Le tecniche di Aikido non sono progettate per funzionare con la forza reattiva, da un senso di “me contro l’altro”. Ci troviamo sempre più “con” i nostri partner invece che “contro di loro”, l’attacco è visto come un’energia con cui lavorare, un’opportunità per imparare a muoversi con facilità sotto pressione.
Man mano che questa esperienza di maggiore connessione e non resistenza si approfondisce nella nostro apprendimento, scopriamo che ne è influenzato anche il nostro quotidiano. I confronti e i conflitti nella nostra vita sociale, la malattia, la sconfitta… ci troviamo a coinvolgere questi “oppositori” in un modo diverso.
Le tecniche sono come porte nel mondo di un altro regno di funzionamento, nell’interazione con gli altri, che allo stesso tempo sembra profondamente familiare. Quando le tecniche iniziano a funzionare da quel luogo con una tale apparente facilità, ne percepiamo la loro correttezza. Lo “ri-conosciamo” come tale.
Questa è la magia insita nella creazione del fondatore dell’Aikido Morihei Ueshiba.
Articolo liberamente tradotto dal link sottostante
Traditional Aikido Europe – Newsletter Summer 2019 Pag.6
***Tensegrità è un termine coniato dall’ingegnere Richard Buckminster Fuller per indicare un insieme di «tensione» e «integrità» (o coesione). Si tratta di una proprietà attribuita agli oggetti i cui componenti usano trazione e compressione in modo combinato, al fine di fornire loro stabilità e resistenza. Si riferisce a strutture che mantengono la loro integrità grazie a un bilanciamento di forze tensili intrecciate con continuità lungo la struttura, invece di usare forze di compressione come avviene in un muro di pietra. Inoltre, anche se ogni struttura è tenuta insieme da un equilibrio di tensione e compressione, le strutture di tensegrità, secondo Fuller, sono caratterizzate da tensione continua intorno a compressione localizzata. ***